San Donato di Ripacandida: la “piccola Assisi” di Basilicata

Ripacandida, il cui nome deriva da ripa o colle dal suolo di colore chiaro, sorge su una rupe nella zona collinare del Vulture.

Le sue vicende e quelle della “Piccola Assisi” di Basilicata, come è stata definita la Chiesa di San Donato per la ricchezza dei suoi affreschi, sembra racchiudersi intorno a due figure cardine: San Donatello da Ripacandida, monaco nato nel 1179 e morto all’età di diciannove anni, in “odore di santità” il 17 agosto 1198 e San Donato, il vescovo aretino cui la stessa Chiesa è intitolata.

Della chiesa, che pare sia sorta su una preesistente aula, vi è menzione nella bolla di papa Eugenio III del 4 giugno 1152 come pertinenza dipendente dal vescovo di Rapolla.

Non abbiamo documenti certi circa la sua datazione, ma ipotizzando che gli affreschi interni abbiano seguito di poco l’ultimazione della struttura muraria, probabilmente la si potrebbe collocare ai primi anni del XVI secolo.

Pare inoltre che gli affreschi furono voluti da ser Francesco da Ripacandida, notaio e cancelliere alla corte di Giovanni II Caracciolo, duca di Melfi, nel cui feudo Ripacandida ricadeva e che si fece ritrarre nella Consegna della Regola da parte di San Francesco.

Nel 1605 la chiesa ed il convento su volere del vescovo di Melfi, furono affidati ad un gruppo di monaci benedettini, i Minori Osservanti, che seguivano la Regola inaugurata a Montevergine (Avellino) da San Guglielmo da Vercelli e che rimasero a Ripacandida fino al 1866.

La Piccola Assisi, di fatto di francescano presenta l’impianto ad aula unica, priva di transetto, e come la basilica di Assisi ha tre campate voltate a crociera ogivale, unico esempio in tutta la regione, ed è completamente ricoperta da affreschi.

Ciò che colpisce non appena si entra è per un verso la qualità delle decorazioni pittoriche e gli accesi cromatismi che pervadono tutte le superfici, e per altro verso lo stato conservativo degli affreschi e la quantità di personaggi ritratti che fanno sì che l’opera sia animata “da un popolo minuto e brulicante, da una fama aneddotica, damerini e pulzelle ritrose in veste di spettatori, con fogge quattrocentesche da sagra paesana” (Grelle 1981).

Il ciclo pittorico di San Donato realizzato da più artisti forse coordinati da un maestro locale aperto alle influenze esterne, ripercorre la Bibbia a partire dalla Resurrezione, attraverso tre sequenze pittoriche: Il ciclo della Genesi, il ciclo Cristologico e il ciclo dei Santi.

Il Ciclo della Genesi ha inizio nella terza campata sull’asse dell’altare e si estende a tutta la campata mediana con le storie bibliche fino a quelle di Giuseppe.

La prima campata è invece dedicata al Nuovo testamento, dall’Annunciazione alla Resurrezione, rimarcando in maniera evidente un netto stacco di stile che probabilmente rinvia alla mano di un altro pittore, forse Antonello Palumbo di Chiaromonte autore del ciclo cristologico, dal forte carattere popolare che investe ambienti e personaggi.

E ad arricchire il panorama pittorico già di per sé variegato, si aggiungono raffigurazioni di santi francescani, distribuiti sui lati dei pilastri che scandiscono l’aula; scene eremitiche coi santi Antonio abate e Paolo eremita sulla parete sinistra della seconda campata e un ciclo agiografico della vita di San Giacomo sulla parete destra della terza campata.

Gli affreschi sui pilastri testimoniano la raffinatezza di un ulteriore pittore ben distinto dal livello medio del ciclo cristologico.

La decorazione pittorica della chiesa si concluse verso la metà del ‘700 con ulteriori immagini di Santi francescani anch’essi presentati sui pilastri ma a metà busto e in finte nicchie con vistose conchiglie a mo’ di calotta.

La stesura degli affreschi quindi molto probabilmente avvenne in tre momenti successivi e per mano di pittori diversi a cui si aggiunse nella metà del ‘700 Pietro di Giampietro di Brienza, artefice di decorazioni soprattutto sui pilastri.

Ma il tempo scandito da manomissioni, sovrapposizioni di immagini, e collocazioni successive di altari e addirittura di una cantoria, ha visto la perdita di parti importanti di affreschi soprattutto nelle pareti laterali.

Un posto di rilievo nel corredo pittorico della chiesa è occupato senza dubbio dall’Estasi di San Francesco, della serie dei santi francescani, che ritrae il Santo orante con lo sguardo fisso al Cristo  che dal cielo, a braccia aperte e con i piedi sovrapposti, gli appare in un turbinio di lingue di fuoco.

Tra affreschi dipinti originariamente nel Cinquecento, si fanno spazio e prendono vita sui pilastri, nelle vele, sulle volte, nei lunettoni, interessanti raffigurazioni che sembrano animarsi nella sequenza dei fotogrammi che ricostruiscono in un linguaggio semplice, quello dell’immagine, scene che sembrano tratte dalla realtà, dove il Cristo sembra essere uno del popolo e dove Dio è barbuto e canuto come il vecchio saggio del paese.

La chiesa di San Donato è una mostra fotografica, è un libro illustrato le cui pagine utilizzano il linguaggio semplice dell’immagine che occupa in maniera totalitaria lo spazio a disposizione.

Per dirla con le parole di Gabriele Scarcia, la chiesa di San Donato “antesignano del fumetto […] si connota di dialoghi sostituiti dalla gestualità, con gli affreschi che stanno ai fumetti come il cinema muto sta a quello sonoro.

Se qualcuno di noi si fosse mai chiesto dell’esistenza di un’arte comprensibile e fruibile tanto dai bambini che dagli adulti, non può che darsi una risposta affermativa ammirando questi giornalini affrescati e longevi di centinaia di anni!” (Gabriele Scarcia, Il tesoro della Basilicata. Paesaggio e arte).

Maria Gerardi

Di seguito una foto dell’interno della Chiesa di San Donato a Ripacandida.