Rocco Petrone: il lucano che rese possibile il sogno americano di andare sulla luna

La Basilicata è terra di talenti, di uomini di ingegno che hanno spesso segnato il loro tempo.

Tra questi ce n’è uno, che ha determinato il successo dell’operazione più straordinaria della storia dell’umanità.

È Rocco Petrone, l’uomo che fece sognare l’America e il mondo intero con la sua conquista dello spazio, “rendendo la luna un punto più vicino da raggiungere”.

«Nessuno potrà mai dire abbastanza bene di Rocco Petrone. Non saremmo mai arrivati sulla Luna in tempo o, forse, non ci saremmo mai arrivati senza Rocco».

Queste sono le parole pronunciate da Isom “Ike” Rigell, il capo ingegnere del Kennedy Space Center che dà merito al lavoro infaticabile e alla testardaggine, tutta lucana, di quell’ingegnere, figlio di contadini di Sasso di Castalda emigrati in America, che pur rimanendo spesso nell’ombra rese possibile il 20 luglio del 1969 la discesa dell’uomo sulla Luna: Rocco Petrone, la “tigre di Cape Canaveral” o “the rock” come molti vollero chiamarlo, parafrasando il suo nome, o ancora “il computer con l’anima”.

Lui un uomo mediterraneo, dalla robusta e imponente corporatura, umile ma a volte burbero, esigente con sé stesso e con gli altri fino all’impossibile, l’ingegnere che amava risposte precise e non vaghe, rigoroso e severo, che dello spazio aveva una visione quasi “missionaria”.

In una delle tante interviste a chi gli chiese cosa rappresentasse per lui la conquista dello spazio rispose:

“Quando Colombo partì alla scoperta del nuovo mondo, qualcuno gli avrà sicuramente detto – ma perché vuoi andare così lontano? – Io credo che lo spazio offra al mondo una speranza di pace; se la gente considerasse il mondo senza le frontiere create dall’uomo impareremmo tutti a vivere meglio e più uniti!”

Della storia dello sbarco sulla Luna tutti hanno un ricordo indelebile, così come tutti ricordano i nomi, più volti ripetuti, che segnarono quell’avventura tutta americana: Neil Armstrong, Buzz Aldrin, Michael Collins, la Nasa, l’Apollo 11. Nomi diventati leggenda.

Ma quanti conoscono il nome dell’uomo che rese possibile quell’avventura? Quell’ingegnere dal nome italiano, lucano, che ebbe il privilegio di lanciare il countdown e pronunciare il “go” che cambiò la storia dell’umanità?

Quando i grandi inviati, giornalisti italiani, compreso Tito Stagno, arrivarono a Cape Canaveral si trovarono di fronte ad un elenco di nomi stranieri: per lo più tedeschi al seguito di Von Braun qualche anglosassone e un nome inequivocabilmente italiano.

La prima domanda che gli fu rivolta fu: “Ma lei è dei nostri?”.

E Petrone, in un italiano con inflessione dialettale  rispose: “Sono di Sasso di Castalda, in provincia di Potenza”.

Quell’ingegnere, Rocco Petrone, era nato in America da due immigrati italiani; il padre lavorava nelle ferrovie ma perse la vita in un incidente ferroviario quando Rocco, ultimo di tre figli aveva solo 6 mesi.

In America Rocco si distinse da piccolo: aveva un‘intelligenza vivacissima e una memoria straordinaria; dimostrò da subito un potenziale intellettuale e capacità di leadership, tanto da essere notato dai suoi professori che decisero di rivolgersi al deputato della circoscrizione di Amsterdam, la cittadina nello Stato di New York in cui viveva, per chiedergli di stilare l’appoint, cioè la segnalazione necessaria perché potesse  entrare nell’Accademia di West Point, la “fabbrica” degli ufficiali dell’esercito americano da cui erano usciti gli uomini che avevano fatto la storia. Petrone aveva tutte le carte per essere accettato, nonostante il cognome italiano, in un momento in cui gli italiani erano nemici.

Dopo tre anni di Accademia, viene mandato in Europa con le truppe di occupazione, si ferma in Germania tre anni per addestramento e al ritorno in America si iscrive al Mit di Boston  dove si laurea in ingegneria e meccanica.

Ottenuto il Master viene inviato come Capitano ad Hunstville in Alabama, dove entra in contatto con il leggendario gruppo di ingegneri che fondarono il nucleo di quella che nel 1958 sarebbe diventata la NASA.

Qui conobbe anche Von Braun che era capo dello studio per la realizzazione dei missili  balistici dell’esercito americano, impegnato appunto nella realizzazione del missile Readstone.

Da lì il compito di Rocco fu quello  di realizzare la promessa fatta a John Fitzgerald Kennedy di portare l’uomo sulla Luna prima della fine degli anni Sessanta.

Houston fu scelta come centro di controllo con 400.000 uomini e 20.000 industrie messe a lavorare su questa promessa.

Kennedy, il presidente che aveva scelto la strada delle stelle, incontrerà l’ultima volta Petrone a Cape Canaveral il 16 novembre del 1963.

Solo 6 giorni dopo sarà ucciso a Dallas.

Intanto Petrone era passato a sviluppare, per la NASA, il famoso razzo Saturno 5, fondamentale per portare l’uomo sulla luna.

Lasciato l’esercito con il grado di tenente Colonnello, viene nominato Direttore di tutte le operazioni di lancio, ruolo che lasciava a lui ogni decisione e responsabilità nel Progetto Apollo.

Il Saturno 5 era il razzo più grande mai progettato, composto da oltre 6 milioni di pezzi, 3 stadi, 11 motori, talmente grande che non poteva essere costruito orizzontalmente e poi tirato su, e pertanto un progetto ancora più complicato che richiedeva di operare con estrema attenzione e cura.

Da qui il suo nome di “tigre di Cape Canaveral”, ovvero l’uomo che doveva essere duro con tutti per esigere il meglio, avendo lui la responsabilità di tutte le operazioni che si svolgevano al Kennedy Centre.

Anche il più piccolo errore poteva essere fatale e per questo era necessario avere “una tigre”  che sovrintendesse a tutto.

Nel libro di Renato Cantore “Dalla terra alla luna. Rocco Petrone, l’italiano dell’Apollo 11” si legge che il suo mantra fosse:  “Proibito sbagliare o, peggio, divagare” .

E a lui toccava controllare che l’immensa macchina tecnologica che costituiva il veicolo spaziale, alta 110 metri e pesante tremila tonnellate, fosse costruita perfettamente, pezzo per pezzo. Solo allora “The rock” poteva farla partire.

E quel fatidico 16 luglio 1969, giorno deciso per il lancio di Apollo 11 sarà solo la perizia e l’intuizione di Petrone a evitare una figuraccia epocale agli Stati Uniti.

Alle 5  del mattino, mentre l’equipaggio stava per prepararsi a fare colazione, alcuni responsabili del progetto chiamano Petrone, che si era un attimo allontanato dalla sala, perché i monitor avevano segnalato un piccolo sbuffo, una nuvoletta di fumo che usciva da Saturno V.

Erano tutti nel panico, ma Petrone capì subito che si trattava di una perdita di idrogeno liquido.

Ovviamente in quelle condizioni gli astronauti non sarebbero potuti salire a bordo.

Rocco però fu l’unico a ricordarsi di un particolare, inviò la sua squadra a controllare un punto preciso, una delle migliaia di valvole che costituivano il veicolo spaziale.

Uno dei sei bulloni che stringevano la valvola era di due pollici e non di un pollice e mezzo come doveva essere.

Un meccanico si era distratto o forse aveva pensato che la differenza del bullone “non avrebbe fatto la differenza”.

Fortunatamente Petrone aveva fatto centro.

Grazie a lui Apollo 11, come previsto, si staccò da terra alle 9,32 ora della Florida.

Ancora una grande lezione quella di Rocco, l’italiano che aveva fatto la storia rendendo felice l’America e il mondo, lui che diceva sempre che era tutto merito dello studio della storia:

“Non ci sarà mai un algoritmo in grado di spiegarci come ha fatto l’uomo, nel giro di poche migliaia di anni, a passare dalle caverne alla Luna. Questo ce lo può spiegare solo la conoscenza di questa macchina straordinaria che si chiama uomo”.

Maria Gerardi

Di seguito alcune foto di Rocco Petrone.