Museo di Storia Naturale del Vulture: dall’origine del cono vulcanico alla scoperta della rarissima bramea, un racconto lungo 750mila anni!

Passeggiare a Monticchio Laghi all’interno dell’antica caldera del Vulture, un vulcano dormiente da oltre 130mila anni, significa immergersi in uno scenario poliedrico. Alberi, arbusti, piante erbacee, officinali e rare compongono la flora. Non sfuggono all’orecchio i richiami di rapaci.

Nel lago Piccolo si specchia il bianco complesso dell’Abbazia di San Michele Arcangelo e fra i due specchi d’acqua si alzano gli scavi dell’Abbazia di Sant’Ippolito, dall’impianto basiliano. È possibile affinare la conoscenza di questi luoghi, visitando il Museo di Storia Naturale del Vulture. Ospitato nell’Abbazia di San Michele Arcangelo, è stato realizzato dalla Provincia di Potenza nell’ambito del progetto Ape – Appennino Parco d’Europa. Dal 2019 il Museo è stato implementato da una sezione archeologica con reperti provenienti dal sito di Tuppo dei Sassi, dal Bacino di Atella e dal Monastero di Sant’Ippolito di Monticchio.

Il professore Renato Spicciarelli ne definisce correttamente la peculiarità:

«Una prima particolarità di questo museo è proprio l’essere inserito nel medesimo contesto naturale che racconta: basta aprire le sue finestre o uscire da esso che a pochi metri vi appariranno molti degli interpreti più significativi della storia narrata».

Il percorso si snoda a ritroso nel tempo, fino ad illustrare i terremoti e le esplosioni che contribuirono a costituire il primordiale cono vulcanico, circa 750 mila anni fa. Sei le sezioni tematiche: “Il Cammino dell’Uomo”, “La via di Fauna”, “La via di Flora”, “L’acquario e la via di Gea”, “Gli habitat e le collezioni” e la “Culla della Bramea”.

Il Cammino dell’Uomo – Si accede alla visita guidata varcando un’antica entrata di servizio, percorsa da muli e asini per trasportare cibo, acqua, vino o legna. Ad introdurre all’analisi naturalistica del sito una pianta topografica del bosco di Monticchio del 1883: il lago Piccolo, di maggiore profondità, alimenta il lago Grande; una rottura del lago consegna l’acqua direttamente al fiume Ofanto.

Quale contributo ha dato la presenza umana a questi luoghi? Il territorio — ricco, perché carico di boschi — è stato meta di più popoli: arabi, bizantini, ebrei, francesi, tedeschi, normanni e in ultimo della famiglia marchigiana dei Lanari.

Approdata nel Vulture per costruire la ferrovia fra Rocchetta Sant’Antonio e Avellino, ottiene l’autorizzazione al disboscamento dallo Stato, che per ragioni di scarsezza economica consegnerà ai Lanari l’intero bosco di Monticchio.

La potente famiglia introdurrà nell’area i propri agricoltori con annesse usanze e produzioni: baco da seta e tabacco. Al termine del primo passaggio si osserva il biroccio, carro importato dai Lanari e rievocativo del tradizionale siciliano. Il biroccio, tuttavia, è più possente ed era trainato da buoi e si utilizzava per il lavoro o per sostenere i santi in processione. I Lanari costruirono la prima centrale elettrica, alimentata ad acqua, e favorirono la commercializzazione dell’acqua minerale.

L’antica abbazia, dedicata all’arcangelo condottiero, occupa il luogo eletto dai monaci basiliani per il cenobio eremitico, che divenne rifugio dei monaci benedettini della sottostante Abbazia di Sant’Ippolito a seguito del terremoto del 1456. Infine, ad opera dei frati minori cappuccini venne edificato il convento, così come lo vediamo oggi.

La via di Fauna – Un tempo fra i boschi e le radure del Vulture si aggirava la figura illustre di Federico II di Svevia. L’imperatore aveva appreso dagli arabi l’arte della caccia col falcone, a cui dedicò un libro De Arte venandi cum avibus. Alcuni scavi hanno portato alla luce numerosi fossili che offrono un panorama diversificato di una fauna ormai scomparsa: a Filiano, in una grotta, alcune pitture rupestri raffigurano una caccia al cervo in un bosco di querce; sotto il cimitero del Comune di Atella sono stati rinvenuti i resti di un elefante. In “La via di Fauna” si conservano: alcune selci — pietre facilmente lavorabili, utilizzate per realizzare le punte di lancia o per tagliare la carne — il corno, i denti e la mandibola di un elefante.

La via di Flora – Il Museo dedica un intero corridoio alla consultazione degli erbari del Vulture. Fra le specie presenti in loco, il Garofano del Vulture, scoperto e descritto per la prima volta da Michele Tenore e Giovanni Gussone — i due botanici, nel 1838, furono incaricati dalla Reale accademia delle scienze di Napoli di svolgere una ricerca naturalistica in Basilicata.

L’acquario e la via di Gea – Tenore e Gussone valutarono interessante la presenza di un piccolo pesce, l’Alborella Volturina — che oggi il visitatore ritrova nell’acquario del Museo — nei due laghi. Oggi l’Alborella è in via di estinzione nel lago Grande — negli anni ’70 e ’80 i pescatori vi immessero predatori di acque dolci, che si nutrono dei pesci più piccoli. Si registra anche la presenza di anguille e tartarughe.

Percorrendo “La via di Gea” si assiste al racconto sull’origine e sulle eruzioni del vulcano. Al fine di un maggiore coinvolgimento visivo è stata introdotta una passerella, che simula al passaggio le impronte rilasciate dagli ominidi sulla cenere depositatasi di conseguenza ad un’eruzione. Proseguendo si accede alla parte più antica dell’Abbazia, costruita dai basiliani e particolarmente significativa ai fini della visita per la presenza di un campionario di rocce laviche, di due tombe antiche e di una grotta basiliana — sulle pareti un frammento di dipinto che i monaci realizzarono intorno all’ottavo secolo dopo Cristo, nel periodo in cui l’iconoclasta Leone III Isaurico impose il divieto di raffigurare Dio e i santi.

Gli habitat e le collezioni – Superati pochi gradini di una scala metallica si giunge nell’area riservata agli ambienti naturali del Vulture formatisi negli ultimi 100 mila anni, a vulcano quiescente. Una stanza buia accoglie e preserva due collezioni, una di farfalle — molte legate a specifici fiori — e l’altra di coleotteri.

Culla della Bramea – Era la sera del 18 aprile 1963 quando il conte Friedrich Harting — studioso dei cicli vitali e delle peculiarità di differenti generi di farfalle — durante una ricognizione notturna ai piedi delle chiome del Vulture — scoprì la Bramea: unica rappresentante nel continente europeo della famiglia dei Brahmaeidae, tutti gli altri membri hanno origine asiatica. Due stanze narrano la storia di questa falena; una proiezione ne descrive il ciclo di vita. L’11 settembre 1971, a pochi chilometri dall’Abbazia, è stata istituita con decreto del Ministero dell’Agricoltura la Riserva naturale orientata “Grotticelle”; si tratta dell’unico provvedimento legislativo in Italia a protezione di una farfalla.

Grazia Valeria Ruggiero

Di seguito alcune foto del Museo di Storia Naturale del Vulture.