I castelli lucani che avrebbero impressionato Tolkien

Molto spesso si è parlato della Basilicata come di una possibile “Nuova Scozia”. Sono tanti, infatti, i nostri castelli, i palazzi e le strutture diroccate che farebbero invidia a qualsiasi abitante delle Highlands, con tanto di gonnellino e cornamusa.

Di questo paesaggio dai tratti addirittura “fantasy”, che avrebbe potuto benissimo ispirare uno come Tolkien, l’autore dei celebri romanzi “fantasy” sugli Hobbit e sulla Compagnia dell’Anello, c’è una traccia potente, proprio a proposito del suo influsso nell’immaginario, in diversi scritti piuttosto datati.

Uno di questi, è senza’altro il “ritratto” di Carlo Belli che abbiamo recuperato.

Il Belli (Rovereto, 6 dicembre 1903 – Roma, 16 marzo 1991) è stato un pittore italiano, aderente all’Astrattismo. Fra le sue opere più celebri si ricorda Kn del 1935, apprezzatissimo dal collega astrattista Vasilij Kandinskij. Sempre molto legato alla sua città, diverse opere sono infatti esposte al MART – Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto e al Museo Civico di Rovereto, oltre che nella collezione della Cassa Rurale di Rovereto.

Ecco l’immagine, piuttosto “pittoresca”, che l’artista tratteggiò a proposito di alcuni suggestivi “scorci” della nostra regione: quasi un velo squarciato su un luogo da sogno.

Uscendo da Potenza dalla parte opposta di quella per cui si era entrati, prendendo la strada del nord, si arriva dopo una trentina di chilometri in una zona vasta e bellissima dov’è un castello che ha nome Lagopesole: là un vulcano spento è circondato da un sacro bosco e sotto alla rocca, dov’era una lacus spensilis (Lagopesole) era bonificato, si vede uscire un fiumicello di colore opalino, il quale comincia a farsi strada verso il mare lontano. Si chiama Bradano e per la prima parte del suo corso precipita in gole orride diventando limaccioso, si dilata poi per piane ubertose, finchè sfocia nel Jonio, laggiù, presso ai templi di Metaponto.

Ma la visione del castello maestoso che ha il colore del rame, non potreste averla se non aggiungessi che sorge su un poggio altissimo, al centro di una vallata splendida, aperta al sud fin quasi a Potenza, chiusa al nord della vetta del Vulture, il vulcano che sonnecchia da millenni, brontolando ogni tanto qualche, terremoto disastroso. Castello, vulcano e vallata, formano un paesaggio armonioso e, stando sul posto, s’immagina di quale spettacolo poteva bearsi la vista al tempo in cui quel palazzo imponente emergeva con i suoi torrioni rossastri da una selva oscura (oggi purtroppo divelta) a specchio di un lago apalino (ormai prosciugato); dico al tempo in cui Federico II, che innalzò la mole mirabile, vi teneva corte e i trovatori, scesi dalla Provenza, penetrando per la saracinesca, guardavano su al <> della Regina e facevano risonare il delizioso Tan m’abelis l’amoros pensamen, <>, che era la canzone di moda.

Non sembri così bizzarra confessare che nel percorrere la vallata, o per meglio dire la piana di Vitalba, par di sentire nell’animo un’arcana nostalgia medioevale. Lo spirito del luogo riposa ancora in quell’aura incantevole, nella luce dolce e piena delle giostre, delle cacce e delle serenate. S’innalzano a picco i falchi nel cielo, squilli di corni echeggiano per i boschi e alla sera, fuochi si accendono sui bastoni, allegri messaggi di castello in castello. Lotario, re d’Italia, fu qui; e poi Manfredi e Carlo D’Angiò che in questa immensa rocca condusse prigioniera la sventurata Elena, moglie di Manfredi.

Si trovano, in Lucania, nomi stupendi di città e paesi: un suono antico e poetico emana da essi, una gentilezza classica, testimonianza superstite di miti pastorali, li sostiene ancora, presentandoli alla fantasia del viaggiatore come appellativi di luoghi incantevoli, immuni dalla infezione materialistica dell’acciaio e del carbone. Se accanto ai nomi di Sauthampton, Manchester, Pittsburg, o che so io, mettere quelli dolcissimi di Atella, Venosa, Ripacandida, Acerenza, sentite il richiamo che viene da un mondo perduto e nulla è più affascinante di ciò. Li vedere poi questi paesi dai nomi così poetici: appaiono quasi tutti al sommo di alture che sembrano coni vulcanici. Sono spesso cintati da mura, e torri e campanili e facciate di cattedrali emergono assieme al castello o a qualche palazzo imponente sopra a vaste manciate di case.

Verso mattina o verso sera, qualche vetro di finestra manda riflessi lanciati giù nella valle, dove sostano i pastori tra il gregge brucante. La Grecia di Esiodo – dite – o quella di Teocrito!: e c’è dentro a voi qualcosa che vi commuove, che vi mette in armonia con il mondo: uno stato d’animo di grazia, insomma, quasi prossimo alla felicità. Sono arrivato proprio ad Acerenza da Melfi, passando per Venosa, Maschito e Forenza.

Nella prima parte del viaggio si attraversa una piana fertile, ben coltivata a olivi e a grano, sicchè all’entrata di Venosa, lo spirito si appresta a vedere una città non solo carica di illustri memorie, ma confortata anche da un aspetto molto decoroso. Perbacco!, è la patria di Orazio; qui è nato il grand’uomo, e le campagne attorno sono coltivate a modello.

Perbacco!|, meritò Venosa l’elogio di Tito Livio per l’ospitalità data a Terenzio Varrone reduce dalla disfatta di Canne; nel Municipio poi, si conservano le ceneri di un Marcello che fu vittima di Annibale; non basta: si profilano da lontano le colonne del tempio di Imene, monumento singolarissimo che alcune manomissioni incompiute hanno trasformato nella Badia della Trinità, uno dei monumenti più singolari, anzi straordinari, che si possono ammirare in Italia; ivi è sepolta la sventurata Alberada, moglie di Roberto il Guiscardo; e li presso sono gli avanzi di un imponente anfiteatro romano, senza dire che al di sopra di tutto ciò troneggia il castello dei De Balzo con le sue belle torri cilindriche ai lati.

Proprio in questo castello brillò la scintilla dell’umanesimo quando il musicista Gesualdo, Principe di Venosa che alcuni indicano nientemeno quale precursore di Luca Marenzio, trasse in seconde nozze la figlia del Duca di Ferrara, Eleonora d’Este, e si mise a comporre i suoi madrigali in cui tema il ricordo della tragedia che aveva stroncato la vita della prima moglie, l’adultera e bellissima Maria D’Avalos; qui il poeta e cavaliere Luigi Tansillo entrò in gara con i più illustri letterati del suo tempo. Questa ed altro vanta Venosa, e le sue campagne all’intorno sono fertili e ben coltivate.

(da “Giro lungo per la Lucania”, Edizioni della Cometa, Roma 1898)

di Walter De Stradis