Basilicata, terra di canti e balli popolari! Le melodie della zampogna risvegliano gli animi lucani

Fra gli strumenti del patrimonio musicale lucano si distingue la melodia della zampogna. Un pezzo di storia dall’aspetto complesso — diversi sono i materiali e gli elementi, che solo le mani abili e soprattutto pazienti di un esperto possono realizzare e poi assemblare — la cui arte si è tramandata di padre in figlio o dal maestro all’apprendista, ma che oggi rischia la caduta nel dimenticatoio della memoria.

La realizzazione era compito dello zampognaro — generalmente un pastore, abituato al clima e allo stile di vita montano — così descritto dal musicista francese Hector Berlioz nel 1832:

«I pifferari scendono dalle selvagge montagne degli Abruzzi per suonare i loro rustici strumenti dinnanzi alle immagini della Madonna. Vestono un’ampia cappa di panno scuro e portano il cappello a punta come i briganti».

Cos’è una zampogna e di quali luoghi è identitaria? In Basilicata si riconoscono due tipologie dello strumento: la zampogna a chiave e la surdulina; la seconda diffusasi più insistentemente nella zona del Pollino. La zampogna a chiave lucana si caratterizza per l’impianto in un unico blocco di quattro canne diseguali, due di canto e due bordoni, aventi tutte ance doppie: le prime sono canne sonore, dotate di fori digitali, produttrici del suono; le seconde sono sprovviste di fori ed emettono una nota singola, fissa e non modificabile. Il corpo risonante della canna melodica destra, ritta o dritta, la minore delle due, è provvista di nove fori, di cui solamente cinque digitali e una campana chiusa o semichiusa.

La canna melodica sinistra, manca o mancina, è utilizzata per l’esecuzione dell’accompagnamento alla linea melodica eseguita sulla prima canna, presenta quattro fori digitali e ha campana chiusa. Il foro digitale inferiore non si può occludere direttamente con il mignolo — il suo posizionamento è distante dai restanti fori — quindi dispone di una chiave artigianale.

Nel bordone maggiore, trumm o trombone, e nel bordone minore, fischietto o scandillo, l’intonazione è attuata per mezzo di aggiustamenti della posizione del calzetto: la sua parziale estrazione comporta l’allungamento della lunghezza di risonanza equivalente mentre, il suo inserimento ne induce la riduzione.

Fra la bocca del suonatore e le ance dello strumento si inserisce l’otre, ovvero un sacco anticamente realizzato esclusivamente con la pelle di animale — la più utilizzata era quella di capra o di capretto e più raramente quella di vacca —, oggi sostituibile con gomma o materiali alternativi. Il sacco gestisce la pressione dell’aria all’interno delle canne sonore; lo zampognaro potrà recuperare il fiato senza intaccare l’esecuzione del suono.

Fra le coppie di legni più utilizzate per la costruzione della zampogna: ulivo-acero, ulivo-ciliegio, bosso-acero e pruno-ciliegio. In La capra che suona — libro di Antonello Ricci e Roberta Tucci, edito Squilibri — si legge:

“nei canti accompagnati è da sottolineare lo stretto rapporto che si instaura tra la voce e lo strumento, da cui discendono differenze stilistiche più o meno accentuate. Uno dei casi di maggiore simbiosi tra la voce e lo strumento musicale è dato dal canto alla zampogna […]. Il canto sembra scaturire dall’otre dello strumento, dal ventre della capra che suona”.

Se la zampogna a chiave si preferiva per il canto, al contrario, per ritmare i balli nei piccoli paesini si sceglieva la surdulina. Si conoscono vari modelli di surdulina, ma la tipologia propria del Pollino è quella più diffusa al di fuori della stretta località di appartenenza.

Solitamente questo aerofono ad ancia semplice si compone di due canne di canto di pari lunghezza e di due bordoni, minore e maggiore, di dimensioni maggiori rispetto alle prime due canne, dette chanter. I chanter sono ricavati da un solo pezzo di legno e ciascuno presenta quattro fori digitali, tutti anteriori, e un foro di sfiato inferiore.

A differenziare la surdulina è la zappatura della canna melodica sinistra, cioè l’occlusione definitiva della sua campana e della parte inferiore del canneggio, che nel caso di occlusione di tutti i fori digitali, blocca la diffusione delle vibrazioni sonore. Questo particolare stimola l’esecuzione di pause e note staccate. Da qui il nome “surdulina”, piccola zampogna sorda.

La Lucania è contenitore di tradizioni; i cittadini di Terranova del Pollino non si sono piegati al trascorrere del tempo e si sono battuti per la valorizzazione di quei suoni tanto familiari alla loro terra. Due le associazioni culturali nate a tutela della musica popolare: “Suoni” e “Totarella”.

L’amministrazione comunale con una delibera ha istituito la denominazione: Terranova di Pollino: città custode dell’arte zampognara.

Un altro esempio di impegno a difesa di questa forma d’arte è il disco Le tradizioni musicali in Lucania Vol. 1: La zampogna lucana, a cura di Giuseppe Michele Gala, che restituisce all’ascolto l’atmosfera di festa propria di un epoca passata. Il prodotto raccoglie 32 brani registrati tra il 1981 e il 1991:

Tarantella 1, Tarantella 2, Novena e pastorale di Natale, Serenata dei pastori, Canti ad aria su zampogna, Suonata appresso al santo, Tarantella “A Strascina”, Tarantella 3, Tarantella “spezzagambe”, Seranata a zampogna (Alla casteddara), Tarantella di Montesano, Pastorale di Natale, Tarantella e tarantella a Tresca, Ohi finestrella chi lucive, La notte di Natale, Tarantella di Colliano, Tarantella pastorale, Tarantella 4, Quadriglia 1, Traviatella, Tarantella sapuranesa, Accompagnamento della cinta, Suonata alla Madonna, Quadriglia 2, Suonata con le sampogne, Suonata appresso alle pecore, Suonate con la sampugnella, Suonata con i sunacchi, Tarantella 5, Tarantella Pastorale, Marcetta e Suonata processionale.

Grazia Valeria Ruggiero

Nella foto di copertina il giovane lucano, Vincenzo Di Sanzo, di San Paolo Albanese, uno dei più esperti e costruttori e conoscitori di zampogne al mondo.