Basilicata: la favola nera di Leonarda Cianciulli, tra le serial killer più spietate d’Italia che trasformò tre donne in saponette. Ecco tutta la sua storia

Una delle più famose e spietate serial killer della storia italiana è passata dalla Basilicata lasciandosi alle spalle una scia di crimini culminati poi in delitti efferati commessi a Correggio. Una storia di credulità e magia, ignoranza e cupidigia, sentimenti e istinti primitivi, mortificazioni e dolore, ecco alcuni tra gli ingredienti emersi nel corso dell’indagine che portò a scoprire i crimini di Leonarda Cianciulli, soprannominata la “saponificatrice di Correggio”.

La vicenda della Cianciulli riesce a balzare sul palcoscenico della storia, rivelando il drammatico passaggio del dopoguerra. La sua tormentata biografia di donna e di madre, l’ambiente sociale e il contesto bellico in cui maturano i delitti, l’inchiesta con i suoi imputati, i testimoni e gli inquirenti, le perizie giudiziarie (soprattutto quella psichiatrica) e infine il processo di primo grado elevano questa «donnetta» dalle «guance cascanti e paonazze come due bistecche in frigorifero» a metafora della transizione politica, sociale e culturale dell’Italia tra il 1939 e il 1946.

Dalla Campania all’Emilia Romagna passando per la Basilicata la Cianciulli commesse tanti reati culminati con l’esecuzione di tre omicidi tra i più efferati della storia dell’uomo: uccise tre donne, le fece a pezzi, le sciolse in un enorme pentolone pieno di soda caustica e le trasformò in saponette con l’allume di rocca e la pece greca. I resti li buttò in un pozzo nero poi mescolò il sangue delle vittime con il cioccolato per preparare biscotti che offrì ad amici e parenti.

L’infanzia, la maledizione e i primi guai con la giustizia – Leonarda nacque il 14 aprile 1894 a Montella, in provincia di Avellino. La madre, Emilia Di Nolfi, una donna tanto distinta quanto gelida, dopo essere rimasta vedova per la prima volta fu violentata da un allevatore di bestiame, Mariano Cianciulli che fu costretta a sposare, perché incinta. La piccola Leonarda  rappresentava il frutto di una violenza, di uno stupro per questo non fu mai accettata né dalla madre né dai suoi fratelli e sorelle. Il malessere avvertito durante l’infanzia, Leonarda lo raccontò nelle sue memorie scritte in manicomio intitolate “Confessioni di un’anima amareggiata”:

«Ero una bambina debole e malaticcia, soffrivo di epilessia, ma i miei mi trattavano come un peso, non avevano per me le attenzioni che portavano agli altri figli. La mamma mi odiava perché non aveva desiderato la mia nascita. Ero infelice e desideravo morire. Cercai due volte di impiccarmi: una volta mi salvarono, la seconda volta si spezzò la fune. In entrambi casi la mamma mi fece capire che le dispiaceva rivedermi viva. Una volta ingoiai due stecche del suo busto, un’altra volta ingoiai cocci di vetro, ma non accadde nulla».

Leonarda si innamorò perdutamente di un forestiero Raffaele Pansardi, un impiegato al catasto di Montella ma lucano d’origine, precisamente di Lauria (PZ). Tra i due fu subito amore, un amore fortemente contrastato dalla madre di Leonarda la quale aveva predestinato la figlia ad un altro uomo, un cugino benestante, nove anni più grande di lei. Nel 1914 Leonarda attese la maggior età e sposò Raffaele disobbedendo alla madre. Le nozze furono celebrate nel 1914 sotto la maledizione della madre di Leonarda che la condannò con queste parole:

“Ti mariterai, avrai figliolanza, ma tutti moriranno i figli tuoi”.

Leonarda ebbe 17 gravidanze, i primi 13 figli morirono perciò si rivolse ad una megera per sciogliere la maledizione della madre e salvare la vita dei 4 figli sopravvissuti: Giuseppe, Biagio, Bernardo e Norma. Dal 1921 fino al 1927 i coniugi Pansardi-Cianciulli si trasferirono a Lauria, in Basilicata dove iniziarono per Leonarda i primi guai con la giustizia. Dopo la condanna nel 1912 per furto (quando aveva solo 18 anni) e una denuncia incassata nel 1919 a Montella per minaccia a mano armata di pugnale, nel 1927 fu condannata dal Tribunale di Potenza per truffa continuata. Dopo aver scontato la pena i coniugi decisero di cambiare paese e si trasferirono a Lacedonia dove però il 23 luglio 1930 il terribile terremoto dell’Irpinia e del Vulture, distrusse la casa della famiglia Pansardi-Cianciulli che decise di trasferirsi in Emilia Romagna, a Correggio.

La vita a Correggio e gli omicidi – Nonostante la miseria Leonarda cercò di non far mancare nulla ai suoi figli, si inventò un nuovo lavoro, un mercatino di abiti usati e per arrotondare si improvvisò cartomante. Nel 1939 Leonarda era sconvolta per la guerra che stava devastando l’Europa. Il suo amatissimo primogenito Giuseppe, diventato anche istruttore al Collegio nazionale di Correggio, aveva l’età giusta per essere arruolato e chiamato dall’esercito a fare la guerra. Leonarda sprofondò nel vortice della disperazione.

Nel suo memoriale raccontò di aver sognato la Madonna che le consigliava di compiere sacrifici umani per salvare il figlio. Ermelinda Faustina Setti detta Rabitti di 70 anni, Francesca Soavi di 55 anni, insegnante, e Virginia Cacioppo di 59 anni, cantante lirica, erano queste le vittime individuate dalla serial killer. Erano tre donne sole, ma ancora piene di vita che speravano di trovare un amore, un compagno, un nuovo posto di lavoro, una vita migliore. La Cianciulli commise i tre omicidi tra il 1939 il 1940 seguendo sempre lo stesso copione: prometteva alle vittime un futuro migliore altrove, le faceva vendere tutti i loro averi e il giorno della partenza, con la scusa di un saluto, le invitava a casa, le ammazzava, distruggeva i corpi e rubava loro i soldi. Inizialmente nessuno collegò le tre scomparse e soprattutto nessuno sospettò della Cianciulli.

Le indagini e il processo – Le indagini iniziarono il 26 dicembre 1940 quando Alberta Fanti e i fratelli si presentano alla stazione dei carabinieri di Correggio per segnalare la scomparsa dal 30 novembre della cognata Virginia Cacioppo. Il maresciallo Federico Scagliarini non diede alcun credito alla denuncia della donna. La Questura di Reggio Emilia, guidata da Federico Serrao – a cui i Fanti si rivolsero qualche giorno dopo –, prese invece più seriamente l’improvvisa partenza della vedova. La signora Fanti esibì i numeri dei titoli bancari il cui ammontare era di oltre 30.000 lire. Cifra non esorbitante ma sufficiente, soprattutto in tempo di guerra, per costituire un buon movente per un omicidio.

Tra la fine di marzo e l’inizio di aprile del 1941 gli inquirenti avevano in mano i solidi elementi di accusa contro di lei ma nutrivano dubbi sul fatto che una donna di un metro e cinquanta, grossa, anziana, fosse riuscita da sola ad uccidere e sezionare tre cadaveri ed erano alla ricerca di un complice che potesse averla aiutata. Il sospettato numero uno era il figlio Giuseppe, che, al processo, celebrato nel 1946, aveva ammesso di aver spedito le lettere delle defunte, senza però conoscere i retroscena. Fu allora che la Cianciulli difese con tutte le sue forze il figlio e arrivò a proporre una dimostrazione in diretta delle sue capacità di saponificatrice. L’indagine fu condotta dal procuratore del re, Giuseppe Giorgi, e dal giudice Filippo Leonetti.

Leonarda Cianciulli fu arrestata il 10 marzo 1941 e fino al settembre dello stesso anno (mese in cui l’inchiesta fu chiusa), fu interrogata ben 19 volte. Raccontò tante bugie, coinvolse tante persone che non centravano nulla, cambiò sempre versione fino ad ammettere i tre omicidi. Nel lungo interrogatorio del 7 giugno 1941 sembrò dare quasi una lezione di anatomia indicando le articolazioni del corpo umano su cui aveva agito e dando una spiegazione delle sue conoscenze mediche che, al di là dello sconcerto di chi ascoltava, consegnava una chiave di accesso alla «follia» individuale e a qualcosa di più ampio: «Così come si fa con i polli» fu la sua dichiarazione. Sin dalle prime battute dell’inchiesta si pose subito la questione della sanità mentale di Leonarda Cianciulli.

Detenuta nel carcere di Reggio Emilia, a inchiesta ormai chiusa, la criminale fu trasferita il 28 ottobre 1941 nella sezione criminale del manicomio di Aversa per essere sottoposta alle cure e alle analisi di Filippo Saporito al quale la Corte di Bologna aveva affidato l’incarico di redigere la perizia psichiatrica. Nella «battaglia dei discorsi» tra il procuratore e la difesa, a sostenere il movente materiale sarebbe rimasta – come vedremo – solo la pubblica accusa. Ma ad avere la meglio sarebbe stato il racconto di Saporito non solo perché la Corte d’Assise di Reggio Emilia riconoscerà la seminfermità mentale ma anche e soprattutto perché quell’immagine di «pazza» si sarebbe offerta come la base su cui il processo e i resoconti giornalistici, lo «spettacolo della giustizia», avrebbero costruito nel dopoguerra la propria narrazione tanto raccapricciante quanto edificante. Una perfetta favola nera per la neonata Repubblica italiana.

Il 30 settembre del 1943 il procuratore generale presso la Corte d’Assise di Reggio Emilia consegnò la sua requisitoria, concludendo così la prima fase del caso giudiziario che pose termine al secondo atto del dramma di Correggio e della sua triste eroina: Cianciulli era la principale responsabile dei delitti e il figlio come probabile complice.  Il 12 giugno 1946 a Reggio Emilia si aprì il processo, nel quale emerse un interessante punto di dibattito: mentre l’accusa sosteneva che Leonarda avesse agito per pura avidità per il denaro delle sue tre vittime, lei continuò a giustificare i suoi omicidi come un tributo di sangue.  Il 20 luglio 1946 la Cianciulli venne quindi ritenuta colpevole dei tre omicidi, del furto delle proprietà delle vittime e del vilipendio dei cadaveri, e perciò condannata al ricovero per almeno tre anni in un manicomio criminale e a trent’anni di reclusione.

Gli anni della condanna erano stati ridotti a ventiquattro per la semi-infermità mentale, ma poi riportati a trenta per la continuità del reato; inoltre la giurisprudenza di allora negò anche la premeditazione perché la riteneva incompatibile con la semi-infermità. Di fatto, la Cianciulli entrò in manicomio e non ne uscì più, morì dopo ventiquattro anni, il 15 ottobre 1970, nel manicomio di Pozzuoli, all’età di 77 anni, per apoplessia cerebrale.

Enza Martoccia

Di seguito una foto degli strumenti utilizzati dalla Cianciulli per commettere i crimini; una foto scattata dal giornale l’Unità mentre la Cianciulli scrive in manicomio le sue memorie; un articolo pubblicato dal Corriere della Sera il 13 giugno 1946.